Come domestico a Sacrofano, pulivo la piscina del mio datore
di lavoro e portavo fuori i cani ogni sera.
Viaggiare nel mondo come giornalista africano non è stato
soltanto un percorso professionale, ma una trasformazione profonda. Ogni paese
visitato, ogni volto incontrato e ogni confine attraversato ha modellato il mio
modo di osservare l’umanità.
Ma prima ancora dei miei viaggi internazionali, è stata
l’Italia, e soprattutto Roma, a insegnarmi alcune delle lezioni più importanti
della mia vita. Quando arrivai a Roma, non avevo una casa né un punto di
riferimento.
Per molti giorni dormii alla Stazione Termini, insieme a
tanti altri stranieri che cercavano di sopravvivere e di costruire un futuro.
Quelle notti fredde, illuminate dalle luci della stazione, mi hanno insegnato
la prima grande lezione: la resilienza nasce quando non hai altra scelta che
andare avanti.
Molti di noi, privi di lavoro e di un posto dove dormire,
finirono per rifugiarsi in un vecchio pastificio abbandonato: la famosa
Pantanella. Anch’io vissi lì, tra centinaia di immigrati provenienti da ogni
parte del mondo.
In quel luogo, tra materassi improvvisati, lingue diverse e
speranze fragili, capii che la dignità umana non dipende dalle circostanze, ma
dalla forza interiore che ognuno porta con sé.
Fu proprio in quel periodo difficile che decisi di
iscrivermi alla scuola della Caritas di Roma. In sei mesi imparai a parlare e
scrivere l’italiano con fluidità. La lingua divenne la mia porta d’accesso alla
società, il ponte che mi permise di trasformare la sopravvivenza in
possibilità.
Poco dopo, trovai il mio primo lavoro in Italia. Diventai
“house taker- un domestico” in una splendida casa a Sacrofano, un tranquillo e
bellissimo paese alle porte di Roma. Pulivo la casa, curavo la piscina e mi
occupavo dei due cani pastore tedesco del mio datore di lavoro.
Lavoravo per un giornalista italiano, Claudio Lavazza (Tg2),
un uomo gentile e rispettoso che mi trattò con dignità. Fu proprio grazie a lui
che ebbi l’occasione di conoscere un altro grande giornalista italiano, Michele
Cucuzza.
Anche lui, come Claudio, si dimostrò un vero gentiluomo.
Quelle relazioni umane, nate in un momento fragile della mia vita, mi hanno
insegnato che la bontà non ha nazionalità. Quell’esperienza romana mi ha
insegnato che il viaggio non inizia quando sali su un aereo, ma quando affronti
la vita con coraggio. E da lì, il mondo ha continuato a parlarmi.
Viaggiando ho imparato che la resilienza non appartiene a un
solo continente. L’ho vista nei mercati dell’Asia, nei villaggi dell’Europa
dell’Est, nei quartieri popolari dell’America Latina. Ovunque, gli esseri umani
lottano, cadono, si rialzano e continuano a credere in un domani migliore.
Ho imparato anche il valore dell’ascolto. Le storie più
autentiche non arrivano dai palazzi del potere, ma dalle strade, dalle
famiglie, dai lavoratori, dagli anziani che custodiscono memorie preziose. Ogni
cultura ha un ritmo, un modo di raccontarsi, un silenzio che parla.
Viaggiare mi ha insegnato a rispettare questi ritmi e a non
imporre mai la mia voce sopra quella degli altri. La diversità è stata un’altra
grande maestra. Il mondo è un mosaico di culture, lingue e tradizioni.
Viaggiare mi ha insegnato che la diversità non divide: illumina.
Ti costringe a guardare oltre i tuoi limiti, a mettere in
discussione le tue certezze, a crescere come essere umano. Ora sono sposato da
32 anni e, insieme a mia moglie e ai nostri tre figli, viviamo ad Anversa, in
Belgio.
Oggi, dopo anni di spostamenti, reportage e incontri, so che
viaggiare non è mai un atto neutrale. È un privilegio, una responsabilità e un
dono. E come giornalista africano, continuo a credere che il mondo abbia
bisogno di più ascolto, più empatia e più storie che uniscano invece di
dividere. Perché alla fine, ovunque andiamo, scopriamo che l’umanità è una
sola.

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